Mercoledì 21 Aprile 2010
QUESTO NOSTRO POVERO PAESE
di Roberto Minelli
QUESTO NOSTRO POVERO PAESE
Non riesco proprio più a capacitarmi innanzi alla preoccupante sorta di assuefazione dei miei concittadini alla situazione di degrado morale, civile, sociale e culturale che caratterizza questo momento, forse il più buio della nostra storia dal dopoguerra ad oggi; davanti, anzi, ad una sorta di accettazione e addirittura condivisione, e l’ultimo risultato elettorale lo dimostra, di una politica inetta, gridata, sguaiata, manifestamente guidata dalla cura del proprio interesse privato – ah : quale imperdonabile errore quello del centrosinistra nel non var varato la legge sul conflitto d’interessi! – e non dal senso della res-pubblica, cioè del bene collettivo.
Una politica in cui i problemi più gravi ed urgenti, cioè : a) quelli del lavoro, con le sue quotidiane vittime per la mancata osservanza delle previste misure di sicurezza, di un salario garantito, della disoccupazione e del precariato; b) della crisi economica, che colpisce inevitabilmente i più deboli, rendendoli ancora più poveri; c) di una seria riforma della scuola non ispirata essenzialmente dalle sole esigenze di riduzione della spesa, anche nel campo della ricerca – d) di una più efficace lotta all’evasione fiscale, che dia un senso al dettato dell’art. 53 Cost. secondo cui “ Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva”, cedono il passo a “dotte” quisquilie su quello che sembra ora essere il problema prioritario per il Paese : la riforma costituzionale della repubblica parlamentare, pre o semipresidenzialista, a unico o doppio turno et similia, oltre che, come vedremo più innanzi, quella sulla giustizia.
Formule astruse, discussioni incomprensibili, riservate alla comprensione di pochi “eletti”, dettate in realtà dalla esigenza di trovar la maniera perché il nostro attuale premier, possa concludere la sua “gloriosa” avventura politica assurgendo, con soddisfazione massima del suo narcisismo, al soglio “pontificio” di Capo dello Stato, dando il contentino della Presidenza del Consiglio ad un leghista;
mentre, come noto, non vi è democrazia al mondo in cui un simile ruolo politico possa essere svolto dell’imprenditore più ricco del Paese, che tutto controlla e che ha interessi in ogni branca economica dello stesso ( aziende di vario tipo : televisioni, cinema, giornali, pubblicità assicurazioni, banche, editoria : ora anche la “storica” Einaudi è sotto il suo controllo).
E intanto viene continuamente vilipesa la nostra Carta Costituzionale, sorta dalle ceneri di un Paese, devastato dal fascismo e dalla guerra, in virtù di un saggio compromesso dovuto al senso dello stato dei 556 Padri Costituenti; documento straordinario che tutti gli altri Paesi ci invidiano per espressione di profondità di pensiero, lungimiranza e semplicità.
Ed infatti la Corte Costituzionale, l’organo premesso alla tutela e al rispetto dei suoi principi, è spesso chiamata a mettere in discussione leggi, che, in base all’improprio richiamo della volontà della sovranità popolare del contingente momento storico, violano i suoi articoli : soprattutto quello fondamentale dell’art. 3, cioè il più significativo di una moderna democrazia.
Trattasi dell’articolo che solennemente sancisce la pari dignità sociale e l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge nonché, nella sua seconda parte, il compito della Repubblica di rimuovere ogni ostacolo di ordine economico e sociale a che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, venga impedito il pieno sviluppo della persona umana.
Basti pensare alla continua violazione di detto articolo nella branca istituzionale a me più vicina, quale ex magistrato, cioè la giustizia, che dovrebbe essere uguale per tutti ma è veramente tale solo per alcuni; soprattutto quelli che dispongono di maggiori disponibilità economiche.
Il Parlamento è ormai esclusivamente impegnato a curare le leggi ad personam, dettate dall’esigenza di sottrarre il premier ai processi . Da ultimo siamo stati costretti ad assorbire l’amaro boccone del legittimo impedimento, che sacrifica il predetto fondamentale principio di uguaglianza dell’art. 3( “ Tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge”) e quello della indipendenza della funzione giurisdizionale ( seconda parte dell’art. 101) in nome dell’opportunità politica di poter serenamente ( ma se si è “puliti” perché preoccuparsi dei processi? ) governare. Principio, quest’ultimo, che, allo stato, non trova alcuna espressa tutela costituzionale per poter prevalere aprioristicamente sull’esercizio della giurisdizione e quindi sulla legge!
E così, invece di metter mano ad una riforma della giustizia, lenta, soprattutto nel civile, non meno importante del penale, e farraginosa, priva di mezzi e personale amministrativo, non equanime nella risposta sul territorio, perché vi sono Tribunali il cui primo grado di giudizio si conclude in 2-3 anni ed altri che invece ne richiedono 10 ed anche più , si pensa : a ) alla separazione delle carriere, con il non velato scopo di poi sottoporre i pubblici ministeri all’esecutivo o renderli addirittura elettivi; b) ad una revisione dell’obbligatorietà dell’azione penale ( art. 112), con manifesta incidenza sull’altro principio dell’indipendenza del giudice ( artt. 101 e 104); c) alla sottrazione della polizia giudiziaria all’autorità di quella giudiziaria ( art. 109); d) alla revisione della composizione del Consiglio Superiore della Magistratura, organo di autogoverno della stessa, per dare maggiore rappresentatività alla componente politica.
Ed infine – tale sembra apparire - il problema più urgente per il Paese : quello delle intercettazioni, che verranno praticamente azzerate se per ricorrere alle stesse bisognerà tener conto di “evidenti indizi di colpevolezza” invece che dei “gravi indizi di reato”! E così da un lato si invoca sempre più la difesa della sicurezza e dall’altro diventerà praticamente impossibile perseguire gravi reati, quali quelli di concussione, corruzione, societari, fiscali e via dicendo. Ma per chi, se non per quelli che hanno a che fare con il crimine vengono disposte le intercettazioni? Il problema della loro disciplina resta, ma va mantenuta la loro irrinunziabile funzione di adeguato accertamento del crimine.
Da ultimo le carceri, per le quali vi è un vero e proprio bollettino di guerra in spregio all’art. 27 della Costituzione, laddove, tra l’altro si legge : “ Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”; dall’inizio dell’anno, infatti, vi sono stati ben 15 suicidi, un vero record nella storia penitenziaria repubblicana. E questo è dovuto alle condizioni talvolta disumane in cui i detenuti, spesso giovani tossicodipendenti, vengono a trovarsi, senza nessuna seria e concreta prospettiva di recupero, pur previsto dalla legge (si pensi alle misure alternative della legge Gozzini).
Ma, come dicevo, agli italiani, con mio grande tormento, sembra andar bene così!
Mentre le nostre intelligenze più critiche e vigili vengono anzitempo meno. Penso ad Edmondo Berselli, un giornalista “vero”, che aveva vissuto la Sua infanzia qui a Rovereto, dedicandovi anche un libro. A Lui va il mio triste finale saluto : che gli sia lieve la terra.
Rovereto, 14 aprile 2010
Pietro Chiaro
( gia magistrato di Corte d’Appello
Buongiorno a tutti :
sull’Adige di venerdì 16 aprile è stato pubblicato questo mio intervento. Nella Sua ultima parte, faccio accenno al problema delle carceri, per le quali Voi sapete che il 30 aprile nella Sala Rosa della Regione abbiamo organizzato un incontro con il Dottor Livio Ferrari di Rovigo sul tema “ Il Garante delle persone private della libertà”.
Abbiamo perciò concordato ier sera, nella solita serata di incontro del lunedì, di inviarVene copia per conoscenza.
Buon lavoro e arrivederci!
Pietro Chiaro
UFFICIO STAMPA
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