Marted́ 27 Aprile 2010
DOBBIAMO GIUSTIFICARCI DI ESSERE LAICI ?
di Alessandro Giacomini
Adesso ci si deve giustificare di essere laici. È straordinaria la rapidità con cui è
mutato il clima culturale nel nostro paese. Sino a ieri tutti si dichiaravano laici, con
zelo, sia pure con l’aggiunta di «sani» o «positivi». Adesso è diverso: se critichi la
Conferenza episcopale italiana o approvi la sentenza di Strasburgo sul crocifisso
nella scuola pubblica devi offrire le credenziali che non sei nemico della religione,
della Chiesa, anzi di Dio.
Ci si mettono anche i laici pentiti con le loro raccomandazioni. Quando
rivendicano con enfasi la religione come componente costitutiva del pluralismo
democratico (salvo smentirsi immediatamente parlando del cattolicesimo come
irrinunciabile indicatore di identità storica nazionale) citano Rawls e Habermas.
Credono di essere nell’America di Barack Obama o nella civile Germania
multiconfessionale. Siamo invece in un paese dove la semplice proposta del
pluralismo nell’insegnamento della storia delle religioni nelle scuole e la loro
analisi comparata viene respinta come l’equivalente del famigerato relativismo.
Come tradimento della tradizione cattolica del popolo italiano. A questo punto,
anche il più disponibile dei laici perde la pazienza. È finito il tempo del «dialogo tra
laici e cattolici» inteso nel modo tradizionale. È opportuno prenderci una pausa di
silenzio e rimettere a fuoco parametri e argomenti su cui rimisurare le distanze.
Per cominciare, si fa un gran parlare della religione nello spazio pubblico,
dimenticando che la dimensione pubblica è definita proprio dalla laicità. L’essere
laico non è un fatto privato, riconducibile alle categorie soggettive del
«credere/non credere» - come si pensa comunemente - ma è una dimensione
pubblica che prescinde dalle credenze. È l’istituzionalizzazione del principio del
pluralismo dei convincimenti. La laicità è parte dello statuto della cittadinanza. In
questo è il fondamento dell’etica pubblica.
Laico è il cittadino che esercita il diritto di decidere autonomamente della propria
condotta morale di vita. In questo senso tutti sono o dovrebbero essere laici. Ma
allora nasce il grave problema di coerenza per i cattolici-clericali che si riservano
di condizionare la loro lealtà allo Stato democratico quando legifera in modo
contrario ai loro convincimenti. Si badi: non contro la loro libertà di fede e di
comportamento, ma contro la loro opinione su come gli altri cittadini devono
comportarsi.
Qui nasce il contrasto con la dottrina e la strategia della gerarchia della Chiesa
quando mira a determinare in modo autoritativo l’etica pubblica del paese, in
particolare nelle «questioni che fanno riferimento all’area della soggettività
personale». (Faccio notare che questa sintetica e esplicita espressione è stata
coniata dal card. Ruini per qualificare il Progetto culturale cattolico da lui messo in
moto).
Detto questo, va chiarito un punto molto importante. Il concetto di etica pubblica è
ampio. Chi è laico, nel senso che stiamo illustrando, può avere larghi spazi di
convergenza con le posizioni della gerarchia ecclesiastica su altri temi sociali e
culturali. Penso alla difesa dei diritti degli immigrati, o all’azione di contrasto di
ogni forma di razzismo. Su queste e altre questioni ci può e ci deve essere
convergenza.
In questa situazione il laico deve assumersi i seguenti compiti:
(a) Sostenere con fermezza la legittimità del contrasto di visioni etiche e la
illegittimità della prevaricazione autoritativa, tramite norme di legge, da parte di
una maggioranza che non riconosce la pari dignità etica di chi non la pensa come
lei. In questo modo si concretizza il principio della laicità come statuto della
cittadinanza e non come questione di convincimenti personali e di stili di vita, da
regolamentare secondo i criteri delle convinzioni della maggioranza.
(b) Contestare gli equivoci che esistono a proposito dello «spazio e del discorso
pubblico», distinguendo nettamente tra l’accesso alla sfera pubblica, aperto e
praticato senza restrizioni dalla Chiesa, e l’azione strategicamente mirata a
influenzare con ogni mezzo la deliberazione politica.
(c) Combattere le confusioni tra scienza e teologia a proposito dei concetti di
natura e di vita che sono diventati cruciali per l’etica pubblica. Da anni nel mondo
cattolico si discute di biotecnologie, di testamento biologico, di famiglia «naturale»
mescolando in modo arbitrario argomenti che si pretendono razionali e scientifici,
«puramente umani», con assunti di fede. Il punto culminante è l’idea di vita (anzi
di Vita), potente veicolo di una visione religiosa che diventa ostinato rifiuto di altre
visioni della vita umana, interpretata in modo diverso nella sua concreta storicità,
con quel che segue per i rapporti procreativi, sessuali, familiari - giù giù sino alla
contraccezione.
(d) Aprire un dibattito culturale qualificato di carattere storico-critico sulla
formazione della dottrina e della dogmatica cristiano-cattolica (anche in risposta ai
discorsi del Pontefice sulla razionalità della fede, sul logos, l’illuminismo,
l’ellenizzazione del cristianesimo ecc.). In questo senso parlo della necessità che i
laici siano competenti di teologia e della sua storia. Il disinteresse del pensiero
laico per la riflessione teologica ha portato alla clericalizzazione della teologia
stessa diventata strumento per tenere in minorità intellettuale i credenti.
Naturalmente conosco le seccate repliche dei teologi professionali che mi
accusano di ignorare la loro produzione. Ma il punto non è il professionismo degli
esperti bensì la «teologia pubblica», per così dire.
In questo contesto vorrei sollevare alcuni punti problematici. L’approccio
etico-religioso oggi dominante mantiene sfocati (o semplicemente non detti) i
riferimenti ai grandi dogmi teologici della colpa originale, della redenzione, della
salvezza che storicamente sono (stati) tutt’uno con la dottrina morale della
Chiesa. Oggi questi temi teologici sono diventati incomunicabili a un pubblico
religiosamente de-culturalizzato. La teologia morale è interamente assorbita dalla
tematica della «vita» e della «natura» con modalità che rischiano di farla cadere in
forme di bio-teologismo o di risacralizzazione naturalistica carica di risentimento
verso le scienze biologiche e le teorie dell’evoluzione. La teologia diventa sacra
biologia.
Nel frattempo però si è verificata una straordinaria mutazione silenziosa: la
Chiesa, nella sua comunicazione pubblica odierna, trasmette un’idea tutta positiva
di natura/naturalità originaria - rimuovendo d’un colpo tutti gli aspetti tremendi che
per secoli hanno prodotto e accompagnato l’idea della natura decaduta con il
peccato. E le connesse paure di punizione. Gran parte della dottrina morale
sessuale cattolica è stata costruita sull’assunto della natura corrotta e sulla
minaccia della punizione. Ma oggi i teologi morali fanno finta di niente
A CURA DI GIAN ENRICO RUSCONI
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